A drink for two: “Il cappotto” – Sara & Giulia

Il cappotto          Nikolaj Vasil’evic Gogol’          -1842

“E si copriva la faccia colle mani, il povero giovane, e molte volte, in seguito, durante la sua vita, tremò vedendo quanta inumanità sia nelle creature umane, quanta feroce volgarità si nasconda nella mondanità raffinata e illuminata, e, Dio mio! persino negli uomini che il mondo tiene per nobili e onesti.”

“Portarono via A. A. e lo seppellirono. E Pietroburgo rimase senza A. A., come se mai fosse esistito. Scomparve e si dileguò un essere che nessuno aveva mai difeso, che a nessuno era stato caro, per nessuno interessante, che non aveva attirato su di sé nemmeno l’attenzione del naturalista, il quale pure non disdegna di infilare su uno spillo una comunissima mosca e di osservarla al microscopio, un essere che aveva sopportato docilmente tutte le irrisioni del suo ufficio ed era sceso nella tomba senza aver compiuto alcuna straordinaria impresa; però, verso la fine della vita, a questo essere era apparso un ospite luminoso sotto forma di un cappotto, un cappotto che per un istante aveva ravvivato la sua povera esistenza, ma sul quale poi si era abbattuta implacabile la sciagura, così come si abbatte sugli imperatori e i sovrani del mondo.”

SARA:

Che dire, una trama semplice e senza troppe peripezie: un impiegato con un vecchio cappotto, l’orgoglio e la felicità di averne finalmente comprato uno nuovo e una buona dose di sfortuna, quando una sera viene derubato dell’unico bene che gli ha regalato attimi di gioia, e la morte, triste e amara conclusione alla vicenda, più simile ad un sogno ironico che ad un vero accaduto.
Alla fine il fantasma di Akakij, l’impiegato, si aggira dal 1843 tra noi, continuando a rubare cappotti, in memoria di vecchie speranze tradite.
Gogol in questo racconto, come in tutti gli altri, si fa riconoscere: la scrittura colma di carattere, veloce, concisa ma allo stesso tempo dettagliata e capace di creare attimi lunghi e pieni.
Ci sono tanti altri raccontini dell’autore che viaggiano sulla stessa linea, interessanti, strani e talvolta surreali e comici, ma mai senza quella vena di realismo che ti riporta alla realtà; ti fa intravedere in tutti i piccoli gesti un significato, un piccolo sprazzo di comune vita quotidiana.

GIULIA:

– Considerata la scorpacciata di letteratura russa che sto facendo ultimamente, ho la sensazione di poter riconoscerne la scrittura ad occhi chiusi, o meglio, senza conoscere il nome dell’autore.
Ammetto che questo piccolo libretto è il primo che leggo di Gogol, che avevo più volte sentito nominare ma non avevo mai avuto il piacere di “conoscere” in prima persona.
Nonostante siano ben evidenti le peculiarità della scrittura russa (le minuziose descrizioni di ambienti, personaggi ed azioni, i periodi lunghi, lunghissimi ma sostanzialmente semplici ed incisivi, i nomi propri di persona o di luoghi impronunciabili e tendenzialmente impossibili da memorizzare), ho avuto come la sensazione che Gogol si avvicinasse, allo stesso tempo, ad uno stile quasi occidentale (inglese, ad esempio).
A proposito di ciò devo necessariamente specificare: la letteratura russa, almeno a mio parere, non è facile e non è per tutti.
Io amo sperimentare in ogni campo e consiglierei a tutti di farlo, specialmente nell’ambito letture.
Perciò ritengo che questo racconto in particolare (a patire dal fatto che è, appunto, un racconto e quindi meno impegnativo di un romanzo completo e complesso) sia l’ideale per avere un piccolo assaggio del genere e l’autore consente di testarlo senza subire uno “shock” eccessivo per chiunque non sia abituato a letture di questo tipo ed evitare saggiamente di farsi cadere in disgrazia l’adorabile campo della letteratura russa.

SARA:

– Letteratura non per tutti, certo, ma che regala emozioni e sensazioni che nessun altro tipo di scrittura offre. Come già detto in precedenza, io amo la letteratura russa, questa sua capacità, a mio parere, di riuscire ad analizzare e entrare nell’anima delle persone. Ogni volta che leggo un romanzo russo, o in questo caso un racconto, scopro sempre una nuova sensibilità; è una scrittura che si avvicina veramente tanto all’anima e alla realtà delle emozioni, delle inquietudini e delle paure, e Gogol, in questo racconto, ci porta una descrizione profonda e autentica della condizione umana come “oggetto” e la ricerca dell’ideale sociale e, forse, di felicità.
Una scrittura piuttosto malinconica se vogliamo, spesso la fine non è quella sperata, ma credo che la sua bellezza stia anche qui: nella capacità di rendere normale, quotidiano e sopportabile quello che nella vita reale ci ostiniamo a non voler accettare, o a voler vedere come strano e poco comune. Una sorta di ponte tra il reale e la verità, tra il la vita e il sogno.

GIULIA

– Per quanto la trama possa risultare seplice tratta un tema molto importante.
Tra i diversi “ambienti di riflessione” in cui l’autore si muove, quello che più mi ha colpito è la piccolezza delle persone.
Non parlo del protagonista al quale non si addice tale caratteristica, quanto piuttosto quella delle persone che lo circondano. La bassezza di chi non è in grado di provare pena o rammarico per un uomo inerme ed indifeso la cui unica preoccupazione era un capo d’abbigliamento. Lo sproporzionato egocentrismo finalizzato alla perfezione della maschera da indossare in società, da quella del sarto ubriaco a quella della persona molto importante, che cela l’impotenza e il timore per i propri difetti.
Una copertura che crolla dopo la morte del protagonista…

 

(Credits: http://lacapannadelsilenzio.it/nikolaj-gogol-lacuto-narratore-dellavvilente-mediocrita-umana/
https://www.theguardian.com/world/2009/mar/31/nikolai-gogol-russia-ukraine
http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/il-cappotto-1/ )

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